Regione Piemonte

Cascina Beltondino Guest House

Indirizzo: 15040 Castelletto Monferrato AL, Italia
Tel: 3351409226
Email: cecimelhem@gmail.com
Orari di apertura:
Sempre aperto

La Cascina Beltondino è una tenuta d’epoca situata ai piedi delle colline del Monferrato, sulla sommità di una piccola altura in una posizione silenziosa immersa nella natura ma facilmente raggiungibile dall’autostrada (Alessandria Ovest 6,5 Km) e a pochi km da tre grandi città come Milano (97,4 Km) Torino (93,4 Km) e Genova (91,3 Km). L’atmosfera accogliente in una dimora di antiche tradizioni agricole, la cura di ogni dettaglio e il servizio familiare, renderanno indimenticabile il vostro soggiorno da noi.

STORIA DI BELTONDINO

Questa costruzione che un tempo si chiamava “Bertoldino”, è  certamente uno dei luoghi più antichi e importanti nei dintorni di Giardinetto. Le sue origini storiche infatti si perdono nel lontano Medioevo quando la tenuta era un fortino su una piccola collina di proprietà dei fratelli feudatari Bobba di Lu Monferrato. La cosiddetta “casaforte” del 1500 era stata probabilmente costruita su un precedente monastero del primo millennio, probabilmente  fondato da benedettini che possedevano di solito vaste proprietà di terre (al contrario di altri ordini come i francescani e gli agostiniani). La struttura che ancora oggi possiamo osservare nella tenuta è infatti tipica dei conventi benedettini: una grande  biblioteca ad angolo esposta a sud per una migliore lettura posta sopra una chiesetta senza torre campanaria; una serie di  cellette che davano sul “cortile semplice” dove si coltivavano le erbe curative (ars medicandi), un portico a colonne squadrate che dava sul giardino. La scritta DOM (Deo optimo maximo) che fino ad epoche recenti appariva sulla facciata esterna della chiesa voleva dire “dedicata a Dio il più buono e il più grande” e si usava nel primo millennio cristiano in sostituzione della precedente scritta pagana in onore di Giove. Non ci sono precise informazioni storiche sull’esistenza di questo monastero ma si presuppone che, come molti altre abbazie in zona edificate su piccoli promontori o alture, fosse perfetto per il panorama di colline e il raccoglimento in preghiera. Nella seconda parte del X secolo questi luoghi religiosi furono presi di mira dai feroci attacchi dei saraceni i quali depredavano, distruggevano, profanavano  ogni cosa; chi non riusciva a fuggire veniva trucidato o preso come schiavo. Gli arabi, pur essendo in minor numero, giocavano sul terrore sparso (uno di loro si faceva chiamare Malamorte); si erano insediati nella valle del fiume Tanaro da dove partivano per le loro scorrerie in tutta la regione. Finchè le varie forze locali non si unirono sotto la bandiera del leggendario conte Aleramo - divenuto poi marchese – una sorta di El Cid nostrano, e la zona fu liberata dai terribili saraceni, ma a quale prezzo! Terre deserte, borghi e conventi abbandonati, campi ridotti a sterpaglie. In compenso gli angariati abitanti potevano finalmente scrivere a lettere cubitali sul marmo delle chiese: “perfida gente saracenorum destructa”. A causa dei Mori, degli Ungari calati dall’est e dal brigantaggio cronico, il secolo decimo si era guadagnato nel Monferrato il titolo di “ secolo di ferro, fuoco e sangue”. Il quadro poi mutò sfociando nelle continue guerre tra signorotti locali, e i monasteri sulle alture dovettero diventare per necessità  baluardi contro gli assalti del nemico fortificandosi con spesse mura ed armature. Che ne sarà stato del  monastero che se ne stava placidamente disteso sulla collinetta di Beltondino? Vi sono notizie indirette in un documento del 1175 (“Plebe quadrigentina” ossia popolo di Quargento=Quargnento) che prende in esame le stesse proprietà della (futura) fortezza Bertondino per una  contesa  tra il vescovo d’Alessandria e quello d’Asti (abbazie e monasteri appartenevano allora agli episcopati). Nel 1700 la proprietà viene acquistata dai marchesi Tornelli e da Beretta Landi, famiglie d’origine milanese; la lotta tra signoria e signoria volge al termine e il fortino medievale, non avendo più ragione d’esistere, si trasforma in una bella tenuta agricola a cui s’accede percorrendo una stradina ombreggiata da tigli intrecciati; all’esterno sorge un grande parco adornato di statue, fontane e siepi di mirto. Nel 1800 inizia il tempo dei conti Gropello, proprietari della tenuta sino al 1924. Tra questi nobili, Luigi Tarino (1833-1904) aveva dato un certo lustro diventando senatore del Regno ad Alessandria mentre Giulio, diplomatico del Regno di Sardegna, ufficiale di cavalleria amico di Gianni Agnelli, era appassionato di auto e viaggiatore di rally; la moglie, Maria Anna Bray-Steinberg detta familiarmente “Maman Marie” (allora tra i nobili si parlava francese), figlia del ciambellano del re di Baviera, rimasta vedova era  diventata la capostipite della numerosa famiglia: cattolicissima, è annoverata tra i “giusti del Piemonte” per le sue opere di carità a sostegno anche di Don Bosco e Don Orione. Oltre ai vari componenti della famiglia, nella tenuta viveva un plotone di braccianti, contadini, servitori e camerieri che mandavano avanti la vita domestica, per non dire di cuochi, custodi delle cantine, cocchieri, giardinieri, ecc. Un vero e proprio esercito di lavoratori in un’impresa che si autogestiva. I lavoranti domestici finivano con l’essere considerati alla stregua di familiari, sopratutte le governanti di bimbi i quali di solito ricevevano maggiori dosi di tenerezze che dalle madri e dai padri. Nella foto del 1904 all’ingresso di Beltondino si vede proprio una governante con due bambini); c’erano anche molti “vecchi di casa” ossia ex servitori e uomini di fiducia che non potevano certo essere buttati in strada per sopraggiunti limiti d’ età - per ciascuno di loro si pagava una tassa di lire 10. Dal diario del 1896 dell’ammiraglio Giovanni Gropello apprendiamo che “i membri del nostro clan al completo si ritrovavano ogni primavera fino all’autunno con mogli, mariti e figli nella tenuta di Beltondino, la più grande che si possedeva nella provincia d’Alessandria. Le passeggiate in carrozza si svolgevano secondo un rito preciso: tutte le volte che qualcuno dei conti saliva sul predellino il cocchiere in livrea faceva il “present’arm” sollevando la frusta davanti a sé. C’erano sempre molti ospiti; lo spazio non difettava essendoci più di 20 appartamenti e all’allegra brigata non mancavano certo giochi, balli, ricevimenti e battute di caccia”. Nel 1924 i conti Gropello decidono di vendere la tenuta che contava più di 112 cascine nel circondario. Subentrano altri proprietari e Beltondino, che è già passato indenne attraverso ill primo conflitto del 15-18 ospitando nei suoi alloggi i prigionieri di guerra austriaci (che scaveranno giorno dopo giorno il laghetto nella campagna poco distante che esiste ancora oggi), nella seconda guerra mondiale  conosce momenti difficili poiché i proprietari ebrei Torre Federico e Augusto fu Abramo cadono sotto  le leggi razziali dell’epoca che non lasciano scampo. La proprietà viene requisita dal Demanio. Gli affittuari Ricaldone la mandano avanti da soli, ospitano e nascondono  fuggiaschi di vario genere tra granai, fienili, cantine e stanze con botole segrete; tengono testa a brigate nere, rosse e tedesche che vanno cercando rabbiosamente ebrei da deportare e uomini da rastrellare per le loro ultime battaglie. Finito il conflitto, si torna alla pace dei campi e degli orti con nuovi proprietari, la famiglia Pezzati, che resterà a Beltondino  sino al 1962. Oggi la tenuta, acquistata a suo tempo dai Ricaldone e ristrutturata come azienda agricola ed agriturismo, se ne sta ancora là sull’ altura tra le sue bianche mura, visibile dalla pianura e dalle colline attorno, muta testimone del passaggio dei secoli.

(testo a cura del sig. Carlo Pezzati)

History of Beltondino: this building that was once called “bertoldino”, is certainly one of the oldest and most important places in the surroundings of Giardinetto. Its historical origins date back to the distant Middle Ages when the estate was a fort on a small hill owned by the feudal brothers Bobba of Lu Monferrato. The so-called '“casaforte” of 1500 had probably been built on a previous monastery of the first millennium, probably founded by the Benedictines who usually owned vast land properties (unlike other orders such as the Franciscans and Augustinians). The structure that we can still observe in the estate is typical of the Benedictine convents: a large library at the south corner for a better reading placed on a little church without a bell tower; a series of cells that faced on the “simple courtyard” where the healing herbs were grown (ars medicandi), a portico with square columns overlooking the garden. The inscription DOM (deo optimo maximo) that up to recent times appeared on the external facade of the church meant “dedicated to God the best and the greatest” and was used in the first Christian millennium to replace the previous pagan inscription in honour of Jupiter. There is no precise historical information on the existence of this monastery but it is assumed that, like many other abbeys in the area built on small promontories or hills, was perfect for the landscape of hills and the recollection in prayer. In the second part of the X century these religious places were targeted by the ferocious attacks of the Saracens who plundered, destroyed, desecrated everything. Those who could not escape were killed or kept as slaves. The Arabs, although in fewer numbers, played on the scattered terror ( one of them called himself Malamorte); they had settled in the valley of the Tanaro river from where they left for their raids throughout the region. Until the various local forces joined under the flag of the legendary Count Aleramo - later he became Marquis– a sort of a local El Cid, and the area was freed from the terrible Saracens, but at what price! Deserted lands, abandoned villages and monasteries, fields reduced to weeds. On the other hand, the villagers could finally write in cubic letters on the marble of the churches: “perfida gente Saracenorum destructa”. Because of the Moors, the Hungarians descended from the east and of the chronic brigandage, the tenth century had earned in the Monferrato the title of“century of iron, fire and blood”. The situation then changed resulting in the continuous wars between local lords, and the monasteries on the heights had to become for necessity bulwarks against the assaults of the enemy fortifying themselves with thick walls and reinforcements. What happened to the monastery that was quietly lying on the Beltondino hill? There is indirect news in a document of 1175 (“plebe quadrigentina” ie people of Quargento = Quargnento) which examines the same properties of the (future) Fortress Bertondino for a dispute between the bishop of Alessandria and the one of Asti (abbeys and monasteries belonged at that time to the episcopates). In 1700 the property was purchased by the Marquis Tornelli and Beretta Landi, families of Milanese origin; the struggle between seigniory and seignoiry is coming to an end and the medieval fort, no longer having reason to exist, is transformed into a beautiful agricultural estate which is accessed along a small road shaded by intertwined lindens; on the outside there is a large park adorned with statues, fountains and myrtle hedges. In 1800 the time of the counts Gropello begins, owners of the estate until 1924. Among these nobles, Luigi Tarino (1833-1904) had given a certain prestige becoming a Senator of the Kingdom in Alessandria while Giulio, diplomat of the Kingdom of Sardinia, cavalry officer Gianni Agnelli’s friend, was passionate about cars and rally traveler; his wife, Maria Anna Bray-Steinberg called familiarly “maman Marie” (at that time among the nobles they spoke French) the daughter of the chamberlain of the king of Bavaria, widowed had become the founder of the large family: Catholic, is counted among the “just in Piedmont” for her works of charity in support of Don Bosco and Don Orione. In addition to the various members of the family, there in the estate lived a platoon of labourers, peasants, servants and waiters who ran domestic life, not to mention cooks, keepers of the cellars, coachmen, gardeners, etc. A true crowd of workers in a self-managing enterprise. Domestic workers ended up being considered as family members, especially children’s governesses who usually received more doses of tenderness than from their mothers and fathers. In the photo of 1904 at the entrance of Beltondino you see just a governess with two children) there were also many “old domestic workers”, that is, former servants and trustworthy men who could not certainly be thrown out into the street because of the age limits - for each of them a tax of 10 lire was paid. From the diary of Admiral Giovanni Gropello in 1896 we learn that “ the members of our clan gathered every spring until autumn with their wives, husbands and children in the estate of Beltondino, the largest that was owned in the province of Alessandria. The carriage rides took place according to a precise rite: Whenever any of the counts went up on the step the coachman in livery did the “present arm” lifting the whip in front of him. There were always many guests; there was no lack of space as there were more than 20 apartments and to the merry brigade did not lack games, dances, receptions and hunting”. In 1924 the Counts Gropello decide to sell the estate that counted more than 112 farmhouses in the neighborhood. Other owners take over and Beltondino, that has already passed through the first conflict of 15-18, sheltering Austrian prisoners of war (who will dig day after day the pond in the countryside not far away that still exists today), In World War II, there are difficult times because the Jewish owners Torre Federico and Augusto fu Abramo fall under the racial laws of the time that leave no escape. The property is confiscated by the State. The tenants Ricaldone run it on their own, host and hide fugitives of various kinds among barns, cellars and rooms with secret trap doors; they face black, red and German brigades, who are angrily looking for Jews to deport and men to comb for their last battles. At the end of the conflict, there is a return to the peace of the fields and gardens with new owners, the Pezzati family, who would remain in Beltondino until 1962. Today the estate, purchased by the Ricaldone family and restructured as a farm and holiday farm, is still there on the hill between its white walls, visible from the plain and the hills around, mute witness of the passage of centuries.

(traduzione a cura della prof.ssa Marinella Davite)